L’aglio può combattere i superbatteri

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L’aglio potrebbe scongiurare i superbatteri ospedalieri, secondo una nuova ricerca danese.

Un composto noto come ajoene presente nell’aglio, abbatte i batteri resistenti permettendo agli antibiotici di funzionare di nuovo, secondo lo studio.

Come riporta il Daily Mail, questo agente agisce interrompendo l’attività di  un gene che i microbi richiedono per attaccarsi al tessuto umano e senza il quale non possono riprodursi.

I ricercatori sperano che la scoperta possa sconfiggere l’incurabile fibrosi cistica e le ferite croniche nei pazienti affetti da diabete, così come affrontare lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA) e altre infezioni ospedaliere comuni.

Circa il 30 per cento delle persone è portatore del batterio Staphylococcus aureus, che è responsabile della MRSA e resistenza agli antibiotici ampiamente utilizzati, sulla loro pelle o sul loro naso. Il batterio può invadere il flusso sanguigno e rilasciare tossine che uccidono fino a un quinto dei pazienti.

La MRSA resistente agli antibiotici si sta diffondendo al di fuori degli ospedali.

Lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA), che uccide fino a un quinto degli individui infetti, sta colpendo le persone in tutta la Gran Bretagna passando inosservato nelle comunità.

Sebbene l’infezione sia tipicamente associata agli ospedali, molti pazienti non sono consapevoli di essere portatori della MRSA, che è asintomatico a meno che non entri nel flusso sanguigno.

Ciò consente ai batteri potenzialmente letali di diffondersi attraverso il contatto con la pelle. Nonostante i pazienti vengano regolarmente sottoposti a screening per i batteri al momento del ricovero in ospedale, il test è abbastanza impreciso e incoraggia ulteriormente l’infezione a diffondersi.

Il Dr. Jonathan Pearce, responsabile delle infezioni e dell’immunità al Medical Research Council, che non è stato coinvolto nello studio, ha dichiarato: “Questo studio mette in luce la trasmissione della MRSA all’interno e tra gli ospedali e la comunità e potrebbe aiutare a rafforzare le misure di prevenzione e controllo delle infezioni”.

L’ ajoene consente al corpo di combattere le infezioni 

I ricercatori dell’Università di Copenaghen hanno scoperto che l’ajoene sopprime un particolare gene che porta alla distruzione del “biofilm” batterico e che è richiesto per aderire al tessuto umano.

Sebbene ciò non uccida i batteri, impedisce loro di comunicare con altri microbi.

Ciò consente agli antibiotici e al sistema immunitario del corpo di combattere le infezioni in modo più efficace.

Trattamento dei pazienti che hanno scarse prospettive

L’autore dello studio, il Professor Tim Holm Jakobsen, ha dichiarato: “Crediamo veramente che questo metodo possa portare al trattamento di pazienti che altrimenti hanno cattive prospettive. Le infezioni croniche come la fibrosi cistica possono essere molto robuste. Ma ora, insieme a un’azienda privata, abbiamo abbastanza conoscenze per sviluppare ulteriormente il farmaco a base di aglio e testarlo sui pazienti. I due tipi di batteri che abbiamo studiato sono molto importanti. Si chiamano Staphylococcus aureus e Pseudomonas aeruginosa. Il composto di aglio è in grado di combattere entrambi contemporaneamente e quindi può dimostrarsi un farmaco efficace se usato insieme agli antibiotici” .

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Scientific Reports. 

Farmaco a base di aglio da testare

Lo studio si basa su precedenti lavori che, a partire dal 2005, dimostrano la capacità dell’aglio di inibire i batteri, con la scoperta che l’ajoene è responsabile di questo effetto nel 2012.

Studi precedenti hanno anche scoperto che l’aglio sembra offrire la più potente e naturale resistenza ai batteri.

Nel 2012 i ricercatori hanno ottenuto un brevetto sull’uso dell’ ajoene per combattere le infezioni batteriche, con l’azienda farmaceutica Neem Biotech che ha acquistato la licenza per l’uso del brevetto.

Il loro farmaco, NX-AS-401, che mira a trattare i pazienti con fibrosi cistica, è destinato a essere sperimentato negli studi clinici entro i prossimi due anni.

Fonte: Med.news

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