I batteri ci mantengono sani, ma potrebbero mantenerci giovani?

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Uno studio sui topi ha indicato che la composizione dei batteri nell’intestino è legata alle capacità di apprendimento e alla memoria, fornendo una potenziale strada di ricerca su come mantenere sano il funzionamento cognitivo invecchiando.

Lo studio fa parte di un campo di ricerca che esamina il legame tra batteri intestinali e invecchiamento per aiutare le persone a vivere una vita più sana in età avanzata. La proporzione della popolazione dell’UE di 80 anni  o più aumenterà più del doppio tra il 2017 e il 2080, mentre le persone di età compresa tra 65 e più anni passano dal 20 a quasi il 30%.

Tuttavia, la connessione tra il make-up del microbiota nell’intestino, le funzioni cerebrali e l’invecchiamento non è chiara – con causa ed effetto difficili da stabilire.

Il Dott. Damien Rei, un ricercatore postdottorato specializzato in malattie neurodegenerative e psichiatriche presso l’Istituto Pasteur in Francia, ha deciso di esaminare i diversi tipi di microbiomi che appaiono nei topi più giovani e più anziani per capire meglio cosa potrebbe accadere anche alle persone.

Rei ha scoperto che quando ha trasferito i batteri intestinali dei topi più anziani ai topi giovani adulti, c’era un forte effetto sulla riduzione dell’apprendimento e della memoria. E quando è stato fatto l’opposto, con topi più anziani che hanno ricevuto microbiota da topi più giovani, le loro capacità cognitive sono tornate alla normalità. I topi più anziani avevano all’incirca un anno e mezzo – equivalenti a più di 60 anni umani.

“Nonostante fossero animali anziani, le loro capacità di apprendimento erano quasi indistinguibili da quelle dei topi adulti giovani dopo il trasferimento di microbiota“, ha detto il Dott. Rei, aggiungendo che ciò indica una forte comunicazione tra l’intestino e il cervello. “Quando ho visto i dati, non potevo crederci. Ho dovuto ripetere l’esperimento almeno un paio di volte“.

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Inoltre, osservando ciò che stava accadendo ai percorsi neuronali della comunicazione tra l’intestino e il cervello quando il microbiota invecchiato è stato trasferito ai topi più giovani, i ricercatori sono stati in grado di manipolare questi percorsi per bloccare o imitare gli effetti del microbiota invecchiato.

Lo studio del Dott. Rei, che è stato realizzato nell’ambito di un progetto chiamato Microbiota and Aging, sarà pubblicato entro la fine dell’estate. Rei sta anche esaminando il microbiota intestinale umano nelle persone anziane e in quelle affette dal morbo di Alzheimer, ma ha riferito che è troppo presto per rivelare ulteriori dettagli su questa ricerca.

Tuttavia,  Rei ha sottolineato che esiste una grande sfida nel tradurre i risultati dei topi sulle persone, non solo a causa delle significative barriere etiche, ma anche delle differenze di fisiologia. “Il sistema immunitario di un topo è molto diverso da quello di un essere umano e anche il microbiota intestinale è molto diverso perché i topi mangiano cose molto diverse dagli umani“, ha detto Rei.

“La medicina è ancora lontana dall’ utilizzare questo tipo di ricerca per combattere le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer”, afferma il Dott. Rei. “Effettivamente”, egli dice, ” lo studio sui topi apra le porte a ulteriori indagini sui meccanismi dietro i cambiamenti legati all’età”, ha affermato il Dott. Rei.

“Definire il legame tra batteri intestinali e invecchiamento non è semplice”, aggiunge il Dott. Thorsten Brach, ricercatore postdottorato all’Università di Copenhagen in Danimarca.

“È noto che l’invecchiamento è un processo multifattoriale ed è difficile, soprattutto quando si tratta del microbioma, separare gli effetti dell’invecchiamento in particolare da tutti gli altri aspetti”, ha affermato.

Il Dott. Thorsten Brach ha lavorato a un progetto chiamato Gut-InflammAge, che ha esaminato il legame tra i microbi intestinali, l’infiammazione e l’invecchiamento, guidato dal Professore associato Manimozhiyan Arumugam.

Come parte del lavoro, il team ha studiato gli effetti della lieve restrizione calorica periodica nei topi per esplorare il potenziale impatto delle diete che coinvolgono il digiuno sull’ invecchiamento sano.

Inaspettatamente, i topi che hanno seguito diete a basso contenuto calorico hanno accumulato più grasso corporeo e i ricercatori ipotizzano che cio’ potrebbe essere dovuto a un eccesso di cibo, ma hanno anche osservato un lieve “ringiovanimento” del loro profilo del sangue che è diventato simile a quello dei topi più giovani.

I ricercatori hanno osservato una differenza nella composizione del microbiota nei diversi gruppi, ma nel complesso le differenze riscontrate non erano abbastanza grandi da suggerire più di una sana variabilità tra gli individui. Lo studio ha quindi sostenuto che la dieta e lo stile di vita sono più critici rispetto all’età e al genere nel modellare il microbiota. Arumugam ha affermato che sarebbe stato più interessante seguire i cambiamenti nei microbiomi delle persone nel tempo.

Gli studi effettuati fino ad ora indicano che c’è ancora molta strada da percorrere nel dipingere un quadro accurato del legame tra microbiota e processo di invecchiamento.

Il Prof. Arumugam ha affermato che lo studio ha contribuito a fornire maggiori informazioni in questo settore e sollevato domande rispetto alle precedenti ipotesi.


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