Dolore neuropatico cronico: nuovo farmaco non oppioide allevia il dolore nei topi

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Immagine: nelle biopsie cutanee dalle gambe di persone sane (a sinistra) ci sono abbondanti fibre nervose sensoriali (verdi), ma pochi macrofagi (rossi). Nelle biopsie di pazienti con dolore dovuto alla neuropatia diabetica (a destra), i macrofagi (rosso) circondano le fibre nervose (verdi).

Per arginare l’epidemia della dipendenza da oppioidi, i ricercatori stanno cercando di  trovare altre strategie per trattare il dolore neuropatico cronico. I loro sforzi si sono concentrati principalmente sulle cellule nervose che trasmettono segnali di dolore al midollo spinale e al cervello. Ma una nuova ricerca, condotta da scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Washington a St. Louis, mostra che il target di recettori sulle cellule immunitarie può essere più efficace, in particolare per il trattamento del dolore cronico.

Recentemente, un farmaco sperimentale non oppioide chiamato EMA401 ha mostrato risultati promettenti come trattamento per il dolore persistente dopo l’infezione che  causa il fuoco di Sant’Antonio. Mentre cercava di capire come quel farmaco aiutasse a controllare il dolore, il team di ricerca dell’Università di Washington ha scoperto che il farmaco non colpiva le cellule nervose; piuttosto, si rivolgeva a un recettore sulle cellule immunitarie.

Lo studio è stato pubblicato il 2 luglio sul The Journal of Neuroscience.

“Abbiamo un disperato bisogno di buoni farmaci antidolorifici, in particolare di farmaci non oppioidi”, ha detto il ricercatore principale DP Mohapatra, Professore associato di anestesiologia. “In generale, gli scienziati hanno la consapevolezza che gli obiettivi per il trattamento del dolore devono essere all’interno del sistema nervoso, ma in questo studio risulta che l’obiettivo non sono le cellule nervose, ma le cellule immunitarie chiamate macrofagi”.

( Vedi anche:Brevettata una formulazione innovativa che allevia il dolore neuropatico cronico).

Il farmaco sperimentale inibisce il recettore di tipo 2 dell’angiotensina II che viene preso di mira da farmaci che abbassano la pressione sanguigna. L’angiotensina è un ormone che provoca la costrizione dei vasi sanguigni, aumentando la pressione sanguigna.

Questo farmaco è stato pensato per funzionare interagendo con il recettore di tipo 2 sulle cellule nervose – le stesse cellule che trasportano segnali di dolore. Ma Mohapatra e i suoi colleghi del Washington University Pain Center hanno scoperto che questa teoria era sbagliata.

“Quando prendevamo le cellule nervose dai topi, mettendole in un piatto di coltura e aggiungendo l’ormone dell’angiotensina, non accadeva nulla”, ha detto il co-ricercatore Andrew Shepherd, un Prof. di anestesiologia. “Non c’era alcun recettore di tipo 2 dell’angiotensina sui neuroni sensoriali, quindi i segnali del dolore non potevano essere trasmessi”.

Ma in altri esperimenti in cui hanno iniettato l’ormone dell’angiotensina nei topi, gli animali hanno indicato di aver sentito dolore e di ritirare le loro zampe quando venivano toccati.

“Abbiamo scoperto che il recettore colpito dal farmaco non era sulle cellule nervose, ma era sui macrofagi, le cellule immunitarie“, ha detto Shepherd. 

Quando i ricercatori hanno ridotto il numero di macrofagi nei topi, gli animali non sembravano provare dolore in risposta a un’iniezione di angiotensina. Ma mentre i macrofagi si ripopolavano nel corso di pochi giorni, la risposta al dolore ritornava. Per supportare queste osservazioni nei topi e nel piatto di coltura, i ricercatori hanno anche riscontrato un aumento del numero di macrofagi insieme a degenerazione delle fibre nervose nelle biopsie cutanee prelevate dalle gambe di pazienti con neuropatia diabetica.

“Aumentando il numero di potenziali bersagli per gli antidolorifici e includendo bersagli come i recettori delle cellule immunitarie si possono sviluppare farmaci antidolorifici più efficaci con minori effetti collaterali”, ha detto Mohapatra.

La bellezza di questo farmaco è che, a differenza di un oppiaceo, non attraversa la barriera emato-encefalica, quindi elimina immediatamente una serie di effetti collaterali potenzialmente dannosi, tra cui la dipendenza e il potenziale di abuso“, ha aggiunto il ricercatore. “E allargando la portata dei potenziali bersagli ai macrofagi, si potranno sviluppare terapie più efficaci per il dolore cronico neuropatico”.

Fonte: EurekAlert

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